|
Passaggio
di consegne:
Questo
numero di Infomissione conterrà prevalentemente la cronaca dell'ultimo
viaggio a Pogradec dai nostri Stefania, Sandro, Luciana e i
bambini. Dopo esserci organizzati velocemente, il sottoscritto,
accompagnato dal past. Samele Scandurra di Enna e dall'anz.
Franco Nicosia di Palermo siamo partiti con il furgone con alcune
cose utili soprattutto per i nostri ragazzi, un vecchio frigorifero,
due armadietti componibili, scatole e valige con abiti per bambini
adolescenti e adulti per i nostri villaggi.
A
Pogradec abbiamo incontrato i pastori Emanuel Enke e Klaus Schiemann
della nostra chiesa in Germania con loro si incontravano i due
Consigli Nazionali della chiesa tedesca ed italiana per ufficializzare
un passaggio di responsabilità da Emanuel Enke a Sandro Sardella.
Un momento importante per la nostra Opera che abbiamo ricordato
ai/nei tre gruppi dei villaggi. Sia in Stropcka, che in Blaca
e Bratomire il pastore Enke ha ripercorso le tappe del suo impegno
in Albania, sin dalla sua vocazione stimolata da Kunnigham nel
lontano 1991; ha parlato delle sue prime visite nei villaggi
e in Pogradec e del suo rapporto con la testimonianza evangelica
in loco. Visibilmente emozionato ha messo in luce il suo grande
amore per questa missione. Non sono mancate parole di riconoscenza
ed ammirazione per l'impegno italiano in questa vicenda, ricordando
come tutto è iniziato da un semplice invito al Convegno Nazionale
di Pasqua 96.
Visita al campo
Profughi
In
Pogradec sono stati ospitati profughi provenienti prevalentemente
dalla Macedonia. L'associazione PEP (Pogradec Encouragement
Project) ha accolto 2100 persone di cui 1400 assegnati ai vari
movimenti associati; gli altri sono stati ospitati nelle famiglie
assistiti sempre dal PEP. A noi come Chiesa Apostolica sono
stati affidati 350 profughi. Di questo campo Sandro, Stefania
e Luciana sono i responsabili; chiedo loro di parlarcene.
Red.
- Come e dove è stato possibile alloggiare 350 persone bisognose
di tutto?
Sandro
- Queste persone, al nostro ritorno in Albania, erano già
alloggiate da due settimane in un centro di addestramento militare,
del quale noi ne abbiamo preso l'intera gestione.
Red.
- Quali le difficoltà pratiche?
Sandro
- In questo campo le difficoltà all'inizio erano grandi perché
la cattiva gestione dei militari a creato una situazione pericolosa
nel aspetto igienico-sanitario ed una completa insufficienza
negli altri aspetti (poco cibo, alloggio in stanze umide e senza
letti, nessuna assistenza sanitaria). Affinchè questa situazione
potesse migliorare abbiamo dovuto impiegare un periodo di circa
due mesi di intenso lavoro.
Red.
- Qual è il vostro specifico impegno nel Campo?
Sandro
- Io ho la diretta responsabilità di tutto il campo, il quale
è stato organizzato in vari settori di lavoro, che Stefania
ed un altro fratello albanese organizzano.
Stef.
- La mia responsabilità nel campo è quella di occuparmi prevalentemente
per la distribuzione di materiale igienico ed altro sia per
le donne che per i bambini. Aiuto anche Sandro nella direzione
del campo prendendone le veci quando lui è assente.
Luc.
- Il mio lavoro con i profughi del Kossovo è indirizzato soprattutto
verso i bambini che ogni giorno vengono presi dai rispettivi
campi con un pullman e portati nella chiesa del centro Nehemia
dove , attraverso canti, scenette e diversi lavori manuali si
vuole far conoscere anche a loro la persona di Gesù.
Red.
- Come vivono e come trascorrono il loro tempo i profughi; Vi
sono problemi d'ordine pubblico, di sicurezza, ecc..?
Sandro
- Con tutta l'organizzazione del PEP si sono create diverse
opportunità di svago sia didattiche che spirituali (attività
sportive e ricreative, film ed incontri cristiani al di fuori
del campo, ecc.). Per l'ordine pubblico e sicurezza non abbiamo
grandi problemi perché in ogni caso nel centro ci sono sempre
alcuni militari è poliziotti che lo sorvegliano
Red.
- Qual è l'equilibrio psicologico delle persone? Come affrontate
casi "difficili";
Sandro
- Meno della metà delle persone hanno riportato un grave
trauma psicologico, ma forse per la loro cultura, solo poche
di queste riescono ad aprirsi completamente, spesso raccontano
vicende che hanno vissuto altri. L'unica cosa, che per mia la
esperienza ho potuto vedere, è quella di saper essere dei buoni
ascoltatori e cercare di capire quando è il momento giusto per
potergli parlare dell'amore di Gesù, cosa molto delicata perché
la stragrande maggioranza dei Kosovari sono dei veri mussulmani.
Red.
a Stefania: L'equilibrio psicologico delle persone è abbastanza
scosso in quanto molte sono coloro che hanno subito violenze
sia fisiche, psichiche non che emotive sulle proprie vite o
essendo spettatori nel vedere ciò che veniva fatto nelle vite
di altri. Molti di loro vivono in uno stato depressivo, di paura
e stress, mentre altri assumono un atteggiamento di evasione
pretendendo che niente sia successo.
Stef.
- La cosa importante che stò imparando giorno dopo giorno è
quella di stare in contatto con loro, lasciandoli liberi di
esprimere le proprie sofferenze attraverso l'ascolto delle loro
personali testimonianze.
Red.
- Sappiamo che ti stai specializzando in un settore molto delicato
che è quello della cura di persone violentate, psicologicamente,
emotivamente, fisicamente, e sessualmente. Trovi dei riscontri
in quest'opera che state facendo al Campo?
Stef.
- Si. Posso dire che questa esperienza che stò vivendo al momento
mi sta servendo molto come tirocinio, come pratica per gli studi
che sto facendo. Infatti, sono venuta a conoscenza di molte
violenze subìte da queste persone in particolar modo donne e
bambini che non hanno fatto altro che farmi applicare ciò che
sto studiando.
-
Sandro e Stefania hanno accompagnato Samuele, Franco e i fratelli
tedeschi (past. Emanuell e Klaus)a visitare un altro campo gestito
dai militari greci non molto distante da Pogradec, ed hanno
potuto constatare che: i campi di accoglienza gestiti da organizzazioni
cristiane sono maggiormente organizzati sia dal punto operativo
che dall'aspetto relazionale migliori degli altri.
Due parole
con i profughi.
All'interno
del campo, aiutando i nostri ragazzi, abbiamo colto l'opportunità
per fare due parole con alcuni profughi. Di proposito non abbiamo
voluto conoscere i particolari raccapriccianti delle loro ultime
vicende (anche se ce ne hanno parlato), sono più o meno simili
per
tutti e di cui abbiamo sentito ampiamente parlare nei servizi
vari dei nostri TG. Abbiamo voluto ascoltarli rispettando la
loro sensibilità ferita, il loro orgoglio nazionalistico che
adesso li spinge soltanto ad odiare ed alla vendetta; abbiamo
voluto pregare con loro perché se è umanamente impossibile ricreare
degli equilibri stabili certo è possibile per Dio suturare le
loro profonde lacerazioni.
Abbiamo
incontrato Sefedin Xhafolli nell'infermeria; una piccola
stanza di circa 10 mq.: un lettino per visitare le persone malate,
una panca per sedersi, e tante scatole di ogni tipo con "cose"
varie da distribuire - medico ed infermiera sono Kosovari, musulmani.
Sefedin,
- 1,90, robusto, sguardo tirato e aspetto trascurato - è insegnate
di lingua albanese, ma negli ultimi anni lavorava a Radio Pristina;
sposato e padre di 4 figli, tutti in Albania tranne un figlio,
arruolato nell'UCK, che non vede da 6 mesi. Una famiglia come
tante che nel pieno della guerra è stata cacciata dalla propria
casa e costretta all'esodo in Macedonia, con i bombardamenti
della Nato alle spalle, spintonata dalle baionette innestate
dei serbi.
Red.
- Parlaci del contesto storico che ha prodotto le vicende note:
Sefed.
- Sono circa un centinaio di anni nel corso dei quali, periodicamente
vi sono stati tentativi di "pulizia etnica" da parte
della Serbia, ma i veri illiri (popolazione indigena già installata
all'epoca sin da alcuni secoli prima di Cristo), siamo noi e
siamo sparsi in Montenegro, parte della Macedonia e Grecia,
in Serbia (Kossovo) e naturalmente l'Albania. Questa terra è
la nostra, ed è pretesa dai serbi per la sua ricchezza. Vi sono
grosse miniere d'oro, nichel e lignite oltre a tante altre risorse.
Red.
- Adesso che sembra fatta la pace, ritornerete in Kossovo?
Sefed.
- Non prima che l'Europa possa garantire la fine delle ostilità
e l'annessione del Kossovo all'Albania. In tutti i casi sarà
difficile la convivenza tra serbi e kossovari. Siamo due etnie
diverse su un territorio che è albanese.
Red.
- Ciò che abbiamo sentito e letto dai mass-media è attendibile?
Sefed.
- Senza dubbio, anche se voi avete sentito e letto una parte
di quello che è successo, soprattutto perché le ultime notizie
venivano censurate. Ogni giorno si scoprono "fosse comuni"
con centinaia di cadaveri soprattutto uomini ma anche tante
donne con i loro bambini. Credo che per i prossimi cento anni
si scopriranno cose terribili fatte in questa guerra.
Red.
- Quali sono i sentimenti del tuo cuore; cosa stai provando?
Sefed.
- Il mio cuore non è libero! Vi è una profonda tristezza
e tanta confusione. Spero in una vera pace dove si possa vivere
serenamente e dove il rispetto della dignità dell'essere umano
abbia la priorità su ogni altro diritto o pretesa.
Red.
- Come vi trovate in Albania?
Sefed.
- "Shume mire", molto bene; albanesi e
kossovari non avevano avuto occasione per ritrovarsi da 84 anni.
E' stato emozionante rincontrarsi; essere ospitati nelle loro
case ecc..
Red.
- E qui al campo come vi trovate?
Sefed.
- Ci troviamo molto bene con Sandro e gli altri collaboratori,
anche se sappiamo che è una soluzione provvisoria.
Abbiamo
ringraziato Sefedin chiedendogli se potevamo pregare con lui.
Ha accettato e spontaneamente ci ha dato il suo indirizzo per
andarlo a trovare a Pristina non appena le cose si saranno normalizzate.
Ci ha colpito quel che ci ha detto: "Se verrete a trovarmi
il giorno dopo verrò in chiesa per ringraziare il Signore!"
Chissà
che non sia una porta aperta per andare anche in Kosovo? |